Ipv6: un indirizzo Ip non si nega a nessuno

I nodi di un percorso di migrazione che fa un’immane fatica, nonostante la domotica. Manca una sponda istituzionale.

Oggi tutto ha a che fare con un indirizzo Ip. Non solamente l’It tradizionale: un server, un pc, un notebook. Ma anche un totem che distribuisce biglietti, una caldaia, financo una tapparella, nei casi più glamour di domotica.
Ecco spiegato perché Ipv4 è giunto a fine corsa e perché, da una decina d’anni si è cominciato a parlare di Ipv6, che moltiplica a dismisura la capacità di assegnare indirizzi a qualsivoglia dispositivo.

Forse il limite del nuovo protocollo è proprio quello di affondare le proprie radici così indietro nel tempo. Fu presentato come qualcosa di futuribile e nell’immaginario tecnologico fatica a scrollarsi di dosso quell’etichetta.

Eppure proprio l’avvento prorompente della domotica dovrebbe far capire, agendo direttamente sulla sfera privata, che il problema dell’ultimo lotto di indirizzi Ipv4 assegnato a febbraio non è un episodio casuale della saga di Internet, ma un tema che entrerà nel quotidiano.

Lanciamo questo monito sulla scorta di colloqui che nelle ultime settimane abbiamo avuto con diversi rappresentanti del mondo tecnologico, dopo l’Ipv6 World Day dell’8 giugno.

Chiedendo loro quale fosse la consapevolezza che hanno riscontrato nelle aziende sul tema e quanta l’attività che queste predispongono per pianificare la migrazione dei sistemi al nuovo protocollo la risposta è stata quasi unanime: poca se non nulla. C’è già chi paventa che il ricorso a Ipv6 sarà spinto da una forza simile a quella che governò i passaggi all’anno 2000 e all’euro: quella dell’obtorto collo e dell’ultimo minuto.

Ma in questo caso un ultimo minuto tradizionalmente inteso non c’è. In un’economia che si poggia ormai quasi totalmente su Internet ciò significa che ci si potrebbe accorgere da un giorno con l’altro che le attività che si intende fare non sono possibili e che per farle servono settimane se non mesi di lavoro.
Tornando ai due esempi di migrazione del passato, fu determinante la sponda istituzionale.

Nel passaggio a Ipv6 potrebbero allora avere un ruolo i governi, a cui non si chiede di normalizzare il Web in ottemperanza alla neutralità di Internet, ma facendo da esempio, da traino, con un’azione in prima persona, sulle proprie infrastrutture.
È chiedere troppo?

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