Il Web è morto, viva il Web

Chris_Anderson
Personaggi –

A Milano Chris Anderson parla del Web che non c’è più, di nuovi modelli, di applicazioni e di un paradigma Open da recuperare. Ricordando dove va il tempo. E dove il denaro.

Provocatorio, senza alcun dubbio, invitare all’apertura dell’edizione 2010 di Iab Forum Chris Anderson, direttore di Wired, teorizzatore della long tail, perché parli a una platea di operatori del web.
Già, perché lui, Chris Anderson, non più tardi di due mesi fa aveva titolato il numero di settembre di Wired con un non certo tranquillizzante “The Web is Dead”, Il Web è Morto.
Così il preambolo è d’obbligo.
“Devo scusarmi, o per lo meno spiegare”.

Anderson parla di un Web nato come un’idea, come un protocollo, nato per essere aperto. Parla, soprattutto, di un Web contrapposto a Internet, laddove con Internet si intendono le applicazioni, si intendono ambienti più chiusi, scelti però dall’utente.
Brandendo il suo iPad, Anderson riconosce il lavoro fatto da Apple per migliorare l’interfaccia e l’interazione dell’utente con il suo dispositivo. Ma le imputa anche la “rottura del protocollo aperto che era alla base del Web”, rottura che, nella sua visione, è da imputare anche a smartphone, a console di gioco, e, perché no?, anche ai tablet, destinati a diventare la prossima piattaforma di computing.

Si passa da un modello aperto a un modello a consumo, dominato da software specializzati per dispositivi specializzati. Un mondo di apps e di network sociali nei quali la parola d’ordine non è più “farsi trovare da Google”.
Ciò che è morto, dunque, è il concetto originario del Web.
Per questo, secondo Anderson, è importante riportare l’idea di “openness” verso i nuovi modelli che si stanno affermando.

Cambiano le preferenze degli utenti e cambiano i tempi e i modi di utilizzo. Negli Stati Uniti il cosiddetto real time entertainment, fatto di streaming video e di gaming multiplayer, sta erodendo quote e tempo alla televisione.
“Si utilizza Internet, ma non in ambiente aperto”.
E malgrado il fenomeno non interessi che in misura marginale l’Europa, Anderson è convinto dell’esistenza di due modelli differenti, l’uno browser-centrico, l’altro app-centrico, l’uno incentrato sulla syndication, l’altro sull’abbonamento; l’uno che ha nella visibilità su Google il proprio core, l’altro invisibile a Google.
L’uno, soprattutto, free, l’altro orientato alla logica freemium, per la quale resta gratuito l’accesso ai servizi di base, ma viene proposto il pagamento per tutti i servizi aggiuntivi.

Una contrapposizione, quella tracciata da Anderson, che ancora si gioca nell’ottica della coesistenza. Ma che di fatto anticipa il cambiamento che deve ancora venire.
Quel cambiamento in punta di dita, che arriva con i tablet.
Perché in questo caso parliamo di una evoluzione che va di pari passo con il cloud e con la banda larga, che coniuga Web, applicazioni, giochi, contenuti rich media e video. E che se pure sembra passare da una logica multitasking a un monotasking spinto, porta con sé quel valore inestimabile che è il tempo.

E se le sessioni di navigazione sono destinate a passare da una durata di 3 a 40 minuti, le implicazioni non possono che farsi palesi.
“A 100 minuti di lettura su tablet ne corrisponderanno 60 su carta e un numero decisamente inferiore su web o su iPhone”. Una evoluzione dietro l’angolo, visto che nel giro di pochi mesi i tablet in circolazione in tutto il mondo saranno abbastanza da rappresentare un mercato.
Con un’unica conclusione logica, secondo Anderson.
“Where Time Goes, Money will follow”.
Dove va il tempo, il denaro lo segue.
Chiaro, no?

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