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Il cloud computing tricolore è già qui

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Il cloud computing tricolore è già qui

Il 61% dei 300 Cio interpellati da Nextvalue è in procinto di sviluppare iniziative cloud. E un bell'8% ha in mente progetti da oltre 1 milione di euro. Emerge chiaramente l’aumento di consapevolezza dei benefici della "nuvola".

Vincenzo Zaglio

07 Aprile 2011

Alfredo Gatti, managing partner di Nextvalue, sintetizza bene quello che sta dietro al cloud: rispetto ad altri trend che a ondate hanno sommerso l’It (si pensi al client server, alle dotcom, al Web 2.0, gli esempi sono infiniti), “il cloud computing è diverso perché non è un fattore It; non è una tecnologia, ma qualcosa che ha a che fare con il business. Il cloud computing cambia gli economics del sistema e permette alle imprese di adattare in tempo reale il proprio modello di business alle condizione di mercato”.

E non è una moda, o una qualcosa di distante: il cloud computing, anche in Italia, è già qui.

Basta sfogliare il Cloud Computing Report 2011, realizzato da Nextvalue in collaborazione con CioNet, e basato sulle risposte di 300 Cio di grandi aziende italiane (né medie, né tanto meno piccole).

Ebbene, il 61% dei rispondenti del panel è in procinto di sviluppare progetti cloud (entro 12 mesi). Di questi, il 69% è impegnato in un utilizzo sperimentale in aree specifiche; il 10% ha già adottato il cloud e il 16% sta pianificando progetti significativi.

Secondo la ricerca, oltre il 50% degli investimenti non supererà i 250mila euro, ma si segnalano budget da oltre 1 milione di euro nel’8% dei casi. “E bisogna tener conto – spiega Gatti – che con il cloud non si parla di licenze o di prodotti, ma di canoni”.

Questi investimenti vanno principalmente nella direzione dei sistemi email, unified communication, Crm. Al’interno di un modello che verde il cloud ibrido protagonista (51%), seguito dal private cloud (31%).

Interessante il fatto che i Cio si dividono fra l’affidarsi o meno a un nuovo fornitore: il 44% dei progetti Saas e Iaas e il 48% di quelli Paas saranno realizzati da nuovi fornitori. “Siamo all’apertura di una nuova fase dello sviluppo It – commenta Gatti – e cambiano gli scenari d’offerta”.

I Cio hanno anche detto quali sono le caratteristiche principali di un buon fornitore: deve garantire sicurezza e privacy dei dati e assicurare un adeguato livello di prestazioni.

Performance che vanno misurate end-to-end (ai morsetti esterni per fare un paragone elettrico). “Il che significa – precisa Gatti – che al Cio non interessa se le prestazioni non all’altezza siano colpa di chi fornisce il software o l’infrastruttura. Nasceranno probabilmente nuove figure di broker che si occuperanno di queste tematiche ”.

E il restante 32% che non è interessato al cloud? Quali sono i motivi che ne frenano l’adozione? Nel 36% dei casi sono stati citati i possibili rischi di compliance (privacy, conservazione dei dati). A seguire l’offerta giudicata ancora immatura (35%) e una mancanza di chiarezza su investimenti necessari e ritorni (29%).

Qui c’è una forte differenza con gli altri Cio europei, che hanno invece citato - fra le principali ragioni per non adottare il cloud - le insufficiente informazioni fornite e i dubbi di disponibilità a lungo termine dell’offerta . Il problema quindi  è sul lato fornitore: ci sarà ancora fra qualche anno? Continuerà a garantire il servizio?

Al di là dell’adozione frenata da ragioni di privacy e sicurezza, emerge chiaramente un trend importante in Italia e cioè l’aumento della consapevolezza dei benefici del cloud.

Che si possono riassumere in: creazione di un’infrastruttura “agile” (citata dal 74% dei componenti del panel), risposta rapida alle richieste di business (74%), riduzione dei costi Ii (71%), migliore livello del servizio It (71%).

E vediamo se la valenza business del cloud computing possa far breccia nel top management aziendale, visto che il 40% vede un utilizzo tattico del cloud e per il 36% è indifferente.

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