Fare cloud in Europa dopo il 25 maggio: sfide e considerazioni

La gestione di un’infrastruttura IT è impegnativa e implica investimenti importanti, per non parlare della sicurezza che richiede competenze sempre più avanzate: il cloud risponde a queste esigenze con semplicità, flessibilità e agilità.

Siti e-commerce, applicazioni Web e mobile, intranet, servizi di streaming musicale e video, di gaming, portali della pubblica amministrazione, oggi il cloud ospita ogni genere di servizio e permette alle aziende di innovare più rapidamente concentrandosi sul proprio reale valore aggiunto.

Se l’informatica si fruisce oggi in modalità as a service, spetta ai cloud provider gestire i componenti hardware, la manutenzione e l’aggiornamento (hardware e software) dei parchi server. In una frase, il cloud è tutto questo.

Le risorse necessarie per implementare un nuovo progetto, testare un’idea o affrontare un picco di carico sono disponibili in pochi clic e possono essere fatturate a consumo. Questa rivoluzione resta invisibile agli occhi del grande pubblico, che tuttavia ricorre sempre più spesso ai servizi IT e ne favorisce lo sviluppo.

Sviluppo che si concretizza con la crescita esponenziale dei dati (+40% all’anno secondo IDC) e che implica crescenti esigenze in termini di capacità di storage e trattamento dei dati, e il ricorso a metodologie come Big Data, Machine Learning, Deep Learning e un’altra tecnologia di cui si sente parlare sempre più spesso: l’intelligenza artificiale.

La raccolta e l’utilizzo di dati vengono effettuati oggi su scala massiva, con il consenso più o meno esplicito da parte degli utenti che, in cambio, usufruiscono di servizi IT sempre più performanti nella propria vita personale e professionale.

Il Regolamento Generale sulla Protezione dei Dati (GDPR) entrerà in vigore il 25 maggio prossimo in Europa. E la sua applicazione, che sta impegnando molto le aziende in termini di conformità dei processi interni, sarà anche l’occasione per definire una presa di coscienza.

Secondo Xavier Perret, Chief Digital e Marketing Officer (CDMO) del Gruppo OVH, i cittadini europei devono comprendere che il cloud non è una nuvola inconsistente che fluttua sopra le nostre teste: i dati sono ospitati fisicamente in data center e le garanzie a essi applicabili variano in base alla loro localizzazione.

Cloud e sovranità digitale

È una questione di sovranità digitale e, considerando il posto che le tecnologie occupano nella nostra vita, queste problematiche geopolitiche dovrebbero chiamare in causa i cittadini europei.

Una caratteristica fondamentale perché il cloud abbia un ruolo positivo in questa evoluzione è l’apertura.

A parte gli aspetti giuridici e normativi, che sono imprescindibili, è profonda la convinzione che le aziende debbano essere libere di scegliere i propri provider cloud, di cambiarli, di ripartire le proprie applicazioni tra diversi fornitori o di conservarne una parte internamente (cloud ibrido), di scegliere la localizzazione dei propri dati. Questa libertà deve essere preservata e protetta.

Per le aziende il cloud è diventato un fattore strategico, troppo strategico per correre rischi o impegnarsi a vita con un solo operatore. Difendere un cloud open significa impedire che un attore dominante imponga le proprie regole semplicemente perché controlla una fetta di mercato.

Non è per forza di cose necessario rallentare nel proprio percorso di evoluzione tecnologia. Ma è sicuramente consigliabile riflettere. Tutte le aziende sono coinvolte nella trasformazione digitale. Salire sul treno della trasformazione digitale non è solo una mossa difensiva, ma anche una strategia di attacco: per le aziende l’IT è un’opportunità per aumentare la propria efficacia e concentrarsi sulla propria attività, le proprie competenze. E proprio per il suo profondo valore strategico, è un passaggio che merita riflessioni che vanno ben oltre le sole componenti tecnologica ed economica.

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