Duemilaquindici

Sette anni per cercare la modernità a Milano.

Milano avrebbe voluto le Olimpiadi, invece gli hanno dato l’Expo. La teoria aziendalista anni 80 avrebbe definito questa cosa come un second best.

Un modo esotico per dire che saper accontentarsi è un valore, come anche non recriminare troppo o troppo prima del tempo.
Abbiamo davanti sette anni di cantieri, fisici e morali, per rifare una città moderna.

Ci aspettano settimane, mesi, anni di appalti, costruzioni, indagini, dubbi, valutazioni, ma soprattutto lavoro, da cui uscirà una città con topografia diversa, spostata verso Rho-Pero.

Come vogliono i tempi, sarà anche un lavoro hi-tech. Ben venga, quindi, l’Expo milanese per dare con la tecnologia l’immagine operosa di una città mondialmente moderna.

Ospite di Antonello Piroso a “Niente di personale”, Oliviero Toscani, che forse non ama Stendhal, ha detto che Milano non lo è stata.

Secondo noi si, almeno un paio di volte nei due secoli passati, per poi sfarsi, perdendo le curve virtuose.
 
Essere moderni non significa fare una città stato, non vuol dire schiacciare come sassi gli altri, piuttosto dargli grazia e ruolo nel proprio contesto.
 Che sarà anche quello di un social networking più pratico. Volendo, ce la si può fare.

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