Il disaster recovery è finito: il digitale vuole essere always on

Ogni processo che richieda ore per il ripristino oggi è inaccettabile, perciò il disaster recovery per come l’abbiamo conosciuto fino a oggi è terminato. A sostenerlo, in una riflessione con noi, è Eran Brown, Cto Emea di Infinidat.

Se molte aziende in passato hanno avuto benefici da iniziative di disaster recovery, che hanno consentito loro di superare con successo momenti difficili, ora si può dire dire che questa tecnologia abbia fatto il suo corso. Il motivo è che nessuno è più disposto ad aspettare tutta la durata necessaria per un ripristino completo, come chiede la tecnica del disaster recovery.

Questa cisrcostanza per Brown porta a un cambiamento radicale del modo di affrontare il problema. Non è più sufficiente pianificare il “dopo”, spiega Brown: serve programmare in partenza  ein modo lungimirante. In sostanza, serve modificare il modo stesso in cui i dati vengono archiviati e distribuiti geograficamente all’interno di un’organizzazione.

Le aziende devono evolversi e procedere verso la disponibilità un’infrastruttura di dati che possa supportare il ripristino in tempo reale, senza aggiungere altri livelli al suo interno.

Brown non si sorprende che un’indagine recente di Gartner sulle priorità dei Ceo abbia rivelato che le attività digitali sono preminenti, che 62% degli intervistati ha affermato di avere avviato iniziative di trasformazione per rendere la propria aziende più digitale e che il futuro dell’infrastruttura IT è “always on e sempre disponibile, ovunque”.

Nel corso dei prossimi anni le aziende impareranno a evolversi e a diventare sempre più agili grazie all’interazione digitale con i clienti e faranno sempre più affidamento sulla disponibilità dei dati in tempo reale.

Brown nota come le aziende dipendono sempre più dagli analytics di dati e devono competere con aziende che soddisfano le richieste degli utenti 24/7, quindi l’always on diventa davvero fondamentale.

Disaster recovery e digital transformation

Brown nota che le aziende oggi sono diventati dipendenti dall’IT, così tanto che gli architetti di infrastrutture stanno progettando infrastrutture in grado di sostenere eventuali problematiche a livello di sito, per costruire architetture di dati che possano supportare attività continue. Tuttavia, la transizione da disaster recovery a always on non è così semplice.

Le aziende stanno affrontando situazioni difficili con le soluzioni tradizionali che utilizzano tecnologie always on (ad esempio gli High Availability Gateway), che complicano la gestione e incrementano il costo totale di proprietà.

Per Brown un elemento chiave nella definizione della soluzione ottimale è una tecnologia che incoraggi le aziende a proteggere un numero più ampio di applicazioni, senza aggiungerne altre. Ed è necessario anche pensare a come semplificare e configurare la gestione dei dati per ridurre la latenza.

Il TCO deve essere costruito a partire dalla fase iniziale di qualsiasi strategia always on, per far sì che le aziende non si trovino di fatto intrappolate in piani costosi e insostenibili. L’accesso continuo ai dati migliora la reputazione di un’azienda, ma è la capacità di adeguarsi rapidamente e adottare nuovi prodotti e servizi che guida la crescita.

Le condizioni del mercato digitale richiedono approcci più intelligenti per soddisfare le esigenze dei clienti, anche considerato che secondo una recente ricerca di Profit Well, negli ultimi cinque anni il costo di acquisizione di nuovi clienti è aumentato del 50%.

Per Brown lavorare per mantenere i clienti ha un valore sia commerciale che strategico. Poter disporre della tecnologia di base ottimale è cruciale: se sistemi e applicazioni non sono trasparenti, pronti e disponibili, la fedeltà sarà messa a rischio. Garantire un servizio always on è prioritario.

 

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