Cosa significa l’elezione di Donald Trump per l’industria Hi-Tech

È un documento di 20 pagine, redatto dall’associazione no profit americana Information Technology and Innovation Foundation (ITIF) e pubblicato nei giorni scorsi giusto alla vigilia del voto e analizza, in modo davvero puntuale cosa significa, almeno sulla carta, l’elezione di Donald Trump a presidente degli Stati Uniti per il mercato tecnologico e dell’innovazione.
Fermo restando che tutto quanto dichiarato in campagna elettorale non è detto che si traduca poi in azioni concrete, da una lettura del report appare immediatamente evidente che laddove Barack Obama è sempre parso un presidente a favore dei processi di innovazione e un sostenitore dell’importanza di utilizzare esperienze e competenze tecnologiche per migliorare la macchina governativa e i servizi, Donald Trump sembra a parole sicuramente meno aperto rispetto all’attuale inquilino della Casa Bianca. E anche i suoi recenti commenti in merito alla proposta di merge tra At&t e Time Warner sembrano confermare la linea.

1Boycott Apple

Una delle questioni che solleva più perplessità riguarda la sua posizione rispetto alla privacy e alla cifratura dei dati. Qui è la BBC che ricorda come dopo la strage di San Bernardino l’FBI chiese ad Apple di abbassare i livelli di cifratura sui suoi iPhone, per consentire l’accesso ai dati custoditi nei dispositivi degli assalitori. Se la comunità tecnologica si schierò a favore di Apple, sostenendo che la privacy degli utenti ha la precedenza, Donald Trump non lo fece, anzi. Nel mese di febbraio ci fu addirittura un so invito al boicottaggio di Apple, fino a che la società non si fosse decisa a rendere noti quei dati. Che poi il termine “boicottaggio” fu ridimensionato dallo stesso Trump è un dato di fatto, ma lo è anche l’ipotesi che il nuovo presidente voglia riportare in auge il Patriot Act, che dava alla NSA il potere di raccogliere dati dalle conversazioni telefoniche dei cittadini americani, sulla scia di preoccupazioni per attacchi terroristici.

2Donald Trump alla cyberwar

Ma siccome gli attacchi possono essere non solo fisici, ma anche informatici, è interessante anche la posizione del neoeletto presidente in materia.
In questo caso, sottolineano in molti, un peso rilevante lo gioca la sua mancanza di competenza sui temi tecnologici: per questo motivo la sua visione sui rischi reali sembra alquanto approssimativa.
Due i punti sui quali riflettere: in primis la sua distanza rispetto alle posizioni dell’FBI che accusò la Russia per l’hacking della Convention democratica, poi il suo richiamo a una immediata revisione di tutte le difese e vulnerabilità del Paese (qualunque cosa questo voglia dire).
Più preoccupante, se vogliamo, la sua intenzione di sviluppare le capacità offensive degli Stati Uniti per poter resistere e controbattere ai possibili cyber attacchi.
E poiché secondo Forrester c’è da attendersi un attacco entro i primi 100 giorni del suo mandato, potrebbe essere quello il momento in cui Trump dovrà chiarire cosa significa.

3No alle concentrazioni, soprattutto dei media

Se il tema della Net Neutrality non sembra aver finora occupato o preoccupato in modo particolare Donald Trump, diverso sembra il suo atteggiamento nei confronti dei grandi accordi che hanno interessato il mondo dei media e delle telecomunicazioni.
Trump si è dichiarato apertamente contrario alle concentrazioni, probabilmente anche in considerazione di quanto i media possano influenzare l’opinione pubblica del Paese (a conti fatti, visto i risultati delle elezioni ci sarebbe da fare una riflessione anche su questo punto), dunque non solo non approverebbe l’operazione At&t Time Warner, ma fosse per lui non avrebbe autorizzato neppure l’accordo tra Comcast e Nbc.

Ci sono poi questioni che si pongono sulla linea di confine tra il business e i media. Come la diatriba che oppone Trump a Jeff Bezos. Bezos possiede il Washington Post e non è certo stato tenero con Trump in campagna elettorale e Trump ha in più di una occasione sollevato dubbi rispetto alle operazioni condotte da Bezos con l’obiettivo di pagare meno tasse. In questo caso bisognerà vedere se chiusa la campagna elettorale l’ascia di guerra possa essere sotterrata da entrambi i fronti.

4Tesla a carbone

In un’epoca in cui tutto quanto ha a che vedere con risparmio energetico ed energie rinnovabili, con le smart city e la smart mobility è attrattivo per il mercato tecnologico, la visione di Trump in materia energetica è probabilmente inquietante. Con buona pace di Tesla, il nuovo presidente, che ha ottenuto il maggiore supporto dalle comunità che vivono nelle regioni del carbone e delle miniere, non sembra intenzionato a mantenere gli sgravi fiscali per chi investe in rinnovabili o acquista auto elettriche.

5STEM, perché, per chi?

Un ultimo spunto di riflessione lo meritano le sue posizioni in merito allo skill shortage e alle competenze STEM. Allo stato attuale secondo Trump non ci sarebbero problemi di reperibilità di skill tecnologici all’interno del sistema scolastico americano, dal momento che, a suo dire, gli stessi “skilled professional” fanno fatica a trovare lavoro nel loro Paese.
Probabilmente in questo caso è una boutade che serve da volano per un altro dei temi caldi per Trump, che è quello della immigrazione. Secondo Trump, i visti H1-B, utilizzati dalla società tecnologiche per acquisire professionisti ad alte competenze dall’estero, sono una scusa per “importare” manovalanza a basso costo. Il suo favore è dunque solo per le professionalità ad altissima specializzazione, meglio se formata direttamente nelle università americane.

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