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Backup e recovery, in Italia ancora un cantiere

Intervista

Backup e recovery, in Italia ancora un cantiere

Indagine Acronis su 6mila It manager nel mondo: due su tre verificano i piani di backup e ripristino. Da noi la situazione è più grigia. Tempi di fermo oltre i 2 giorni e budget medi bassi.

Dario Colombo

09 Febbraio 2012

Un’indagine monstre quella che Acronis ha commissionato al Ponemon Institute. L’Acronis Global Disaster Recovery Index 2012 è stato condotto fra settembre e ottobre scorsi sentendo oltre 6mila professionisti It di aziende sotto i 1.000 dipendenti in 18 paesi.
È risultato che le aziende si mostrano in media più fiduciose (il 14% in più) nelle proprie capacità di backup e disaster recovery rispetto all’anno scorso.
Il motivo sta nei miglioramenti percepiti nella disponibilità di risorse adeguate e delle tecnologie adatte.
Il 66% delle aziende verifica con maggiore regolarità i piani di backup e ripristino d’emergenza.

Focalizzandoci sui dati nazionali risulta che l’Italia passa al 16° posto (dal 12° del 2010) nella classifica globale sulla fiducia nelle soluzioni di backup e disaster recovery e i budget sono invariati.
Il 60% delle aziende vede nell’errore umano la causa più comune di falla dei sistemi.
Il tempo medio di downtime del sistema è di 2,2 giorni, e costa a ogni azienda 286.644 euro l'anno di mancata produttività.
Tre manager It su quattro pensano che il maggiore ostacolo in un contesto ibrido sia lo spostamento dei dati tra ambienti fisici, virtuali e cloud.

Per capire meglio il fenomeno abbiamo chiesto a Mauro Papini, country manager di Acronis Italia di scioglierci qualche dubbio.

D: Il fatto che globalmente gli It manager si fidino sulle proprie capacità di recovery è davvero una buona notizia?
P: Dovrebbe esserlo, poichè tale fiducia ragionevolmente avrà delle basi reali. Tuttavia, da noi questo non è un fenomeno cosi marcato. La percentuale di coloro che non nutre preoccupazioni è del 35% quando era del 31% nel 2010. Di contro, la percentuale di coloro che si dichiara preoccupata è salita dal 50% al 55%.

D: La disponibilità dichiarata di risorse adeguate, dopo un anno in cui la spesa It è calata, a cosa è dovuta?
P: L’anno passato, costellato di eventi calamitosi, ha sicuramente contribuito a richiamare all’attenzione dell’It la problematica. Da cui più test, più documentazione procedurale, che hanno dato probabilmente maggiore fiducia al personale specializzato. Normali routine di aggiornamento hardware e software possono avere contribuito. Direi che si tratta più della fiducia nella possibilità di cavarsela, in un modo o nell’altro. Che è tipicamente una grande risorsa che abbiamo come sistema paese.

D: I responsabili It padroneggiano meglio i concetti e le pratiche del Dr o le tecnologie?
P: In teoria la figura manageriale, ove esiste, tende a non entrare molto nel dettaglio. Per questo si affida ai collaboratori, che sono i veri influenzatori delle tendenze che portano alcune tecnologie ad emergere. Dove questo non accade, spesso tende ad affidarsi ad un brand noto, piuttosto che ad approfondire. È anche un modo per alleggerire le responsabilità. Più l’approccio è strutturato, più questo tende ad essere la norma.

D: Cosa significa che le aziende italiane sono scese in classifica? Dipende dall'ingresso di altri paesi nel rapporto o c'è dell'altro?
P: La situazione del nostro indice è sostanzialmente invariata. Coloro che erano sotto di noi sono saliti, e siamo superati anche da alcuni nuovi ingressi. In assoluto, la classifica ci dice che tra i paesi avanzati siamo quelli che relativamente al problema nutrono i maggiori dubbi relativamente alle proprie capacità di rispondere efficacemente. Guardando ai dati comparandoli all’anno scorso, tali dubbi sono sostanzialmente gli stessi. È un po’ come se nulla fosse davvero cambiato, a parte la quantità di dati che cresce in modo esorbitante anche da noi. Altri paesi come la Francia sembrano avere effettivamente fatto dei passi in avanti: molti più test, più risorse, più commitment da parte del management. Da noi queste variazioni sono molto ridotte.

D: Ancora troppi errori umani nel backup e recovery, come 10 anni fa. Può cambiare qualcosa, magari con il cloud?
P: Il cloud è visto come un elemento positivo sostanzialmente riguardo alla possibilità di ridurre i costi operativi, per il 54% degli intervistati, e come risorsa flessibile di storage aggiuntivo, per il 35% del campione. Questo fa supporre, che in questa fase, la gestione di risorse cloud sia ancora un aspetto da seguire direttamente. In quest’ottica non vedo grandi cambiamenti. Le risorse saranno senz’altro più affidabili. E scalabili. Ma i problemi dovuti all’infrastruttura sono comunque minoritari. Interessante notare come uno degli elementi principale che previene l’adozione di tecnologie cloud, quantomeno in un’ottica di backup, risieda proprio nella mancanza di fiducia nei cloud provider. È cosi per il 47% delle aziende.

D: Insistere con il termine Pmi, quando si hanno imprese fino a 1000 utenti non è improprio?
P: In effetti la ricerca si incentra sul mercato Smb, nel senso che al termine danno i mercati anglofoni. In ogni caso, all'interno del campione, vi erano differenze: a livello italiano, il 18% delle imprese contattate ha meno di 50 postazioni, e il 40% ne ha meno di 100. I due terzi restano comunque sotto le 500 postazioni. Per cui un mid market, più che un mercato delle piccole. Se dovessimo inferire qualcosa sulla parte più bassa del mercato, si potrebbe anche ipotizzare, senza sbagliare di molto, che il backup/Dr non sia sostanzialmente ancora stato approcciato in modo organico.

D: Quante sono le aziende italiane sentite? Di quali comparti?
P: Le aziende italiane coinvolte sono state circa 250. I comparti sono praticamente tutti:abbiamo rispondenti nelle telco, pharma, nel turismo, nel ramo difesa, educazione e ricerca. Spiccano gli enti pubblici ed i servizi finanziari con circa un 15% dei rispondenti, insieme ai trasporti e retail con circa il 10%. Servizi e high tech con il 10% circa. Tutti gli altri sono invece abbastanza uniformemente distribuiti.

D: Ricerche come questa stimano a consuntivo il costo dell'inattività. Ma gli It manager e il business non dovrebbero percepirli subito? Se sì, l'intervento non dovrebbe essere immediato?
P: Ritengo che i responsabili sappiano abbastanza bene a cosa possono andare incontro. La loro è una scommessa, forzata dai vincoli cui sono sottoposti. Il 53% delle aziende intervistate non spende nulla per i backup e il Dr. Il 75% spende comunque meno del 5% del proprio budget. Il problema è che nel 21% dei casi il budget non l’hanno proprio. Gli altri ritengono di non avere risorse o competenze adeguate e per chi stranamente le avesse pare non abbiano il supporto del management. Magari, perché, come ci dice l’11% degli intervistati, fino ad ora, non è mai successo nulla. È quindi un problema anche culturale.

D: Il volume dei dati prodotti impatta più sul backup o il recovery?
P: In generale impatta di più sulla fase di backup, soprattutto per ragioni di dimensionamento delle infrastrutture e di setup delle procedure. In Italia circa il 72% delle aziende crea fino a 50 Gb al giorno di nuovi dati. Se si sa dove metterli e come gestirli, recuperarli non dovrebbe essere un problema. Ovviamente quest’ultima non è una situazione così comune.

D: Voi cosa proponete alle aziende verso una tutela dei dati nei limiti del possibile più certa?
P: Se parliamo della tutela dei dati nel senso della persistenza, e della possibilità di recupero, il cliente ci può considerare come un’assicurazione. Proponiamo tecnologie che adeguatamente usate, minimizzano oltre la soglia del ragionevole dubbio, la possibilità di perdere definitivamente qualcosa. Il tutto per ambienti ibridi fisici, virtuali e cloud e cercando di mantenere il livello di complessità gestionale molto ridotto. Se invece parliamo della sicurezza del dato gestito, ovvero della possibilità che tale dato possa essere impropriamente utilizzato in quanto residente in archivi, o intercettato mentre transita verso la sua destinazione di sicurezza, adottiamo le tecnologie di crittografia adatte allo scopo. All’interno di un’infrastruttura Acronis ben gestita, i dati sono disponibili solo a chi ne ha diritto, quando ne ha la necessità e di tempi rapidi.

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