Assintel Report 2011: in attesa che le aziende facciano da sé

Assintel_2011
Trend di mercato –

Pochi numeri e ancor meno spunti di azioni concrete nella sesta edizione di un Rapporto che, al claim “aiutati che il ciel ti aiuta”, dà mostra di un immobilismo che, loro malgrado, rischia di travolgere anche le associazioni di settore.

Poteva essere e, invece, non è stato. Giunto alla sesta edizione, l’Assintel Report 2011 non perde di smalto ma di incisività. Scottata da una serie di trattative accese nell’ultimo trimestre del 2010 «che non si sono, però, concretizzate nei risultati di business attesi nei primi sei mesi di quest’anno», l’analisi nelle mani di Alfredo Gatti, managing partner e fondatore di NextValue, ha lasciato nelle 367 pagine di report sul mercato dei software e dei servizi buona parte dei numeri e delle percentuali afferenti al mercato Ict italiano per aprire a una serie di riflessioni che, però, nulla hanno di nuovo.

Che “le rendite di posizione si assottigliano”, che “l’It tradizionale è in crisi profonda” e che “l’accelerazione del cambiamento può far male” sono constatazioni divenute tali già da tempo. Eppure i presupposti affinché l’incontro con la stampa potesse offrire nuovi impulsi c’erano tutti. A inizio lavori, un combattivo Giorgio Rapari aveva fatto sapere, in qualità di presidente dell’Associazione nazionale di riferimento delle imprese Ict aderente a Confcommercio – Imprese per l’Italia, «che alla presentazione dell’Assintel Report 2011 a Roma non abbiamo invitato alcun ministro del Governo».

Quasi a dire che dopo le parole è finalmente giunto il tempo dei fatti. Invece niente. La musica è sempre quella e suona al ritmo di un Paese in cui lo “sviluppo è a macchia di leopardo”, “dove alcuni settori internazionalizzano meglio di altri”, ma “l’Ict evidentemente no“. E senza un piano concreto, sentirsi ripetere da Gatti «che si è innescato un nuovo ciclo per l’It basato su social e mobile da applicare a tutte le soluzioni» può dir tutto ma anche niente, se al tavolo è seduto il presidente della Commissione Consiliare Innovazione e Servizi di Confcommercio ma di azioni concrete per portare il Wi-fi in tutta Milano, se non altro in vista dell’Expo 2015, se ne è fatto appena un cenno.

Eppure, il valore del “local” dovrebbe anche essere questo e a questo le Associazioni di settore dovrebbero guardare perché i singoli orticelli possano, una volta uniti, diventare quel giardino fiorito che l’Italia merita di essere. Perché qui, va detto, Gatti ha ragione: «Infrastrutture che mancano e decisioni mai prese sono i reali problemi del nostro Paese». Così, guardando al ruolo dell’analista e ai trend doverosamente indicati, la conferma che i servizi di cloud computing offrono le opportunità più interessanti non si fa attendere. «Qui anche il software diventa servizio erogato in una modalità, quella as a Service, che, oggi, vale il 7% dell’intero mercato It nazionale».

E che le proiezioni di crescita nei prossimi anni vedono già schizzare a quota 32%, per un valore totale di circa 400 milioni di euro raggiunti già da quest’anno sul nostro mercato e suddivisi tra SaaS (262 milioni), PaaS (40 milioni) e IaaS (91 milioni di euro) che, fino a un anno fa, mietevano risultati pari, rispettivamente a 195, 27 e 58 milioni di euro. Ancora una volta, il 51% della spesa globale It italiana è appannaggio delle grandi imprese, ossia 1.200 realtà tra Telco, Pa e grande industria, mentre a far prudere le mani a Gatti sono Sanità ed enti locali, che quando si tratta di investire in tecnologia «sprecano l’ennesima opportunità di crescere in efficienza».

Di nuovo, il termine time&motion indica un mix di tecnologie che, previste da qui ai prossimi tre anni, per Gatti porteranno sul mercato una modalità di time to market sempre più immediata e una mobility imperante all’interno di un business interessato alle new analytic. Attenzione, allora, al passaggio da una confort zone fatta di processi interni tangibili «a una adventure zone dove a contare sono mobile enterprise, consumer sentiment, reputation e social network» per i quali occorre, però, formare nuove competenze.

Peccato, che dalla platea, quello su cui si sofferma Giovanni Distefano, attuale amministratore delegato di EducationTime, in un intervento da molti condiviso, sia la «totale mancanza, in Italia, anche di mezzi finalizzati alla protezione degli investimenti da parte delle società nella formazione delle risorse umane». Un elemento che, sommato alla constatazione che «nel nostro ordinamento del diritto al lavoro non è ancora possibile monetizzare la voce capitale umano», lascia un nervo scoperto rispetto ai problemi tangibili che frenano la nostra economia e con essa, la competitività di un Paese che guarda alle Associazioni in cerca di risposte destinate, nonostante la buona volontà, a venir disattese.

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