
Misure a sostegno della crescita
Export e delocalizzazione contro la crisi dell’industria italiana
16 Luglio 2010
Davanti a un pubblico a lei familiare, la presidente di Confindustria, Emma Marcegaglia, non usa mezzi termini e traccia una strada che, per gli associati Anima, rifugge una produzione e vendita a prezzi europei «che, per alcuni settori, non è più sostenibile».
«Il processo d'internazionalizzazione e gli investimenti in ricerca e innovazione non possono tardare» ricorda la numero uno di Viale Astronomia, insieme alla realizzazione di comitati di controllo per la semplificazione delle regole presieduti anche da rappresentanti d'impresa e cittadini, alla liberalizzazione di una serie di settori e all'abolizione delle tariffe minime per i professionisti. D'altronde, la platea della quale sente di far parte e alla quale si rivolge Marcegaglia è quella delle aziende associate alla Federazione delle associazioni nazionali dell'industria meccanica varia e affine.
La stessa che, come dato aggregato per il 2009, per bocca del presidente in carica, Sandro Bonomi, ha denunciato un calo nella produzione pari al 13,8% e un ben più grave crollo delle esportazioni diminuite del 17,2% in un settore che propende fortemente all'export. Fortunatamente, le stime per l'anno in corso sono meno negative rispetto a quanto annunciato in precedenza e, per il 2010, confidano in un aumento della produzione superiore al 2% favorito dalla ripresa del commercio all'estero (+3,1%) a cui corrisponderebbe un calo dell'occupazione pari all'1,1%.
Così, a fronte di un comparto Macchine e impianti per la produzione di energia, che con un dato negativo del 4% a consuntivo ha accusato di meno la crisi rispetto al comparto Tecnologie e prodotti per l'industria calato del 22,7%, le richieste avanzate da Anima sono di premi e incentivi per chi produce, per chi innova ed esporta l'eccellenza del made in Italy. Bonomi è ancora più esplicito e arriva a chiedere nuovamente «l'abbassamento da sei a tre anni dell'ammortamento degli investimenti per l'innovazione» in una mossa che allinei, contemporaneamente, la governance delle istituzioni pubbliche a quella dell'industria.
A supporto di queste realtà si muove Euler Hermes Siac, assicurazione focalizzata sui crediti commerciali alla quale, ben 400 aziende associate ad Anima, sono ricorse portando a casa, nel 2009, 51 milioni di euro di indennizzi a fronte di 1.480 denunce di mancato pagamento. «Fortunatamente - afferma Massimo Falcioni, direttore centrale commerciale e marketing della società - i primi sei mesi di quest'anno hanno fatto registrare un'inversione di tendenza testimoniando una forte attenzione al credito e una certa vocazione all'export».
Vocazione certamente frenata da una diffusa percezione del rischio e dall'incertezza dei mercati, «visto che - sempre secondo Falcioni - circa l'80% delle ripartizione degli affidamenti a noi richiesti coinvolge le economie “tradizionali” come Germania, Francia, Polonia, Spagna e Stati Uniti e solo il rimanente 20% è richiesto dalle aziende operanti nei diversi comparti della meccanica per entrare a pieno titolo in Paesi emergenti come Asia, Africa, Medio Oriente e Sud America».
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