Mercati
India: l'Italia cerca nuove strade per l'export del vino - TACCUINO DA MUMBAI
Messa in relazione alla numerosita' della popolazione, la cifra rivela un consumo pro-capite economicamente irrilevante. Il vino non appartiene alle tradizioni culturali ed alimentari, che soprattutto in India tendono a coincidere. Le forti proibizioni religiose, il disinteresse della colonizzazione inglese hanno relegato il consumo di vino ad un'elite colta e sofisticata. La sua produzione tuttavia e' in continuo aumento, ad un tasso del 25% annuo dal 2003.
Quasi tutta la produzione nazionale ha luogo nello stato del Maharastra, le cui colline di Nashik (1.000.000 di abitanti, 180 km da Mumbai) si sono guadagnate per la stampa californiana il nome di Indian Sonoma Valley. Il vino piu' famoso ha il nome accattivante di Chateau Indage. Sono in crescita anche in consumi, perche' il vino e' uno degli status symbol piu' evidenti di una classe media che si affaccia per la prima volta a stili di vita occidentali. Le prospettive per gli esportatori rimangono comunque grigie. Il totale delle importazioni ha raggiunto il valore di 12 milioni di euro nel 2009, nonostante sia aumentato sei volte negli ultimi quattro anni. Quasi meta' dei vini importati sono francesi e l'Italia figura al terzo posto dopo l'Australia. Una penalizzazione forte deriva dai dazi alle importazioni. Originariamente usati per proibire i consumi di lusso, servono ora a proteggere la nascente industria indiana. Il loro valore varia in dipendenza dei governi locali (e' infatti il piu' alto nel Maharastra) e attraverso la combinazione di altre accise raggiunge quote tra il 300 e il 500% del valore del vino. Si tratta di una decisione apertamente punitiva contro la quale il Governo statunitensi ha fatto ricorso al Wto, sostenendo che questa pratica discriminatoria conduce verso la diffusione del contrabbando. H questa contraddizione tra crescita del mercato e permanenza di sue restrizioni che ha spinto alcuni operatori italiani a cercare soluzioni alternative.
La prima e' l'esportazione di vino sfuso, gravato da dazi decisamente piu' bassi. Il vino puo' essere poi affidato ai produttori indiani per le loro produzioni, come e' avvenuto finora, oppure imbottigliato direttamente nel Maharastra e venduto nel mercato locale, pratica piu' lungimirante messa in atto da parte di alcune aziende. Una terza alternativa, gia' sperimentata, e' l'esportazione del "software del vino": insegnare a vinificare, monetizzando una capacita' secolare italiana, spesso con macchinari nazionali, applicata stavolta ad un paese che inizia a bere vino ma non vuole affidarsi a chi ne vanta una migliore tradizione. Se appare dunque proibitivo esportare vino in bottiglia, e' meglio procedere indirettamente, fornendo tecnologia, talento e qualita'.
*presidente Comitato Scientifico Osservatorio Asia
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