A Ict Trade il ministro Ronchi: tutelare le Pmi a partire dal marchio

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Ict Trade 2010 –

Per il ministro delle Politiche comunitarie la contraffazione è un costo sociale. Il made in Italy andrebbe associato solo a prodotti concepiti, sviluppati e prodotti sul territorio. Fondi europei: serve che le Pmi nazionali siano più attente. Lavoro: recuperare l’etica.

Arriva a Ferrara, dove prenderà parte alla sessione inaugurale del convegno Ict Trade, dedicato al mercato Ict italiano e organizzato da Sirmi, preceduto dalla vasta eco riservata dai media alla notizia della turista tedesca multata sulla spiaggia di Jesolo per aver comprato un portafoglio contraffatto.

È dunque inevitabile che il primo pensiero di Andrea Ronchi, ministro delle Politiche comunitarie, sia su questo tema: «La contraffazione è un mercato che vale decine di miliardi. Ma quel che più conta è il costo sociale associato alla contraffazione, che penalizza interi comparti, mette in crisi le aziende del made in Italy, si riflette sull’occupazione».

Parla del bisogno di tutele, il ministro, che richiama la necessità di normative chiare, in grado di tutelare le imprese italiane. «Le piccole e medie imprese – ripete – devono essere tutelate dalla legge, a partire dal marchio». Riprende un leitmotiv a lui caro, il ministro: «Il marchio Made in Italy deve essere associato solo a prodotti concepiti, sviluppati e prodotti sul nostro territorio nazionale».
«Fortunatamente – prosegue – sembra che comincino a rompersi alcune resistenze, soprattutto da parte di alcuni Paesi, come quelli nordici, che hanno un po’ abbandonato le piccole e medie imprese. Soprattutto, abbiamo ora a fianco alleati come la Francia e la Germania».

Ronchi passa poi a parlare dello scenario attuale e non nasconde le difficoltà: «La crisi è terribile – dichiara -. Non comprendere cosa comporta questa crisi economica e finanziaria è un grave errore. Giusto essere ottimisti, senza però perdere di vista il realismo».

Ancora il pensiero di Ronchi è alle Pmi, alle quali attribuisce oggi il merito di un’Italia in minore affanno rispetto ad altri Paesi: «Se oggi l’Italia resiste meglio, lo dobbiamo in buona misura alla piccola e media impresa e a quegli imprenditori che hanno avuto il coraggio di rimboccarsi le maniche e di investire i loro risparmi nelle loro imprese, per proseguire in un cammino di innovazione e ricerca senza il quale non c’è futuro. Perché non possiamo dimenticare che se il manifatturiero italiano non avesse resistito, il rischio era che potesse saltare l’intera filiera del manifatturiero europeo».

Le Pmi scontano secondo Ronchi il limite delle loro dimensioni. Ma non solo. Scontano soprattutto la loro incapacità di accedere ai canali di sostegno e finanziamento che ci sono e sono a loro disposizione. «Non è colpa dell’Europa se le aziende italiane non accedono ai fondi europei. La disparità tra la Lombardia, che riesce a utilizzarli quasi al 100%, e la Calabria, che raggiunge a malapena il 3% nasce dalla mancanza di collaborazione. Per questo ci impegniamo con le Regioni e con le associazioni di categoria per dar vita a una filiera ideale, che consenta alle Pmi di restare sul mercato». Le imprese in Spagna, Portogallo,Francia hanno utilizzato i fondi europei per realizzare infrastrutture, porti, per avviare processi di digitalizzazione, ricorda il ministro. Quelle italiane no.

La mancanza di conoscenza si accompagna inevitabilmente alla mancanza di formazione. E anche su questo fronte qualcosa comincia a muoversi. Il modello di riferimento, ambizioso e di certo non raggiungibile in breve tempo, è l’esperienza delle scuole di amministrazione europee, l’Ecole nationale d’administration di Strasburgo in primis: «Abbiamo raggiunto un accordo cole quattro università di Roma per dar vita a percorsi di formazione post laurea, con l’obiettivo di creare una nuova classe amministrativa».

C’è poi un punto che Ronchi coglie l’occasione per ribadire. Ed è la necessità di un ritorno a un’etica del lavoro che sembra oggi perduta: «Non posso accettare che le imprese italiane facciano cassa e rispondano alla concorrenza, facendo a meno del capitale umano italiano. Mi rifiuto di pensare che in un momento di crisi si possa fare a meno del capitale umano. Razionalizzare è giusto, uscire dal concetto di piccolo che non è più bello ma penalizzato è corretto, ma non possiamo pensare che la crisi la paghino sempre i lavoratori”

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